lunedì 21 ottobre 2019   18:39

Elezioni regionali, Nesci: «Rinuncio se c’è un candidato di garanzia e non è Callipo»

VIDEO | La deputata 5s da tempo ha espresso la sua ambizione elettorale. Ospite di Pubblica Piazza, si dice pronta al passo indietro ma boccia l'ipotesi che punta sul re del tonno. Poi picchia duro sul Pd: «In Calabria deve vergognarsi di mostrare il suo simbolo»

di Pietro Bellantoni
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L'“auto-candidatura” resta in campo a tutti gli effetti, ma Dalila Nesci non esclude a priori un suo passo indietro dalla corsa per la presidenza della Regione. La deputata rinuncerebbe solo se Di Maio dovesse schierare altre «candidature di garanzia», cioè nomi che rispecchiano appieno i valori del Movimento 5 stelle. La portavoce alla Camera ha chiarito la sua posizione nel corso della prima puntata di questa stagione di Pubblica Piazza, il talk condotto dal direttore di Lacnews24.it Pasquale Motta, in onda stasera alla 22.30 su LaC.

 

«Ho proposto la mia candidatura, ma ben vengano altri nomi di garanzia proposti da Di Maio. Solo così – ha spiegato Nesci – potrà esserci un vero cambio di registro». Secondo la parlamentare, «deve essere il Movimento a fare da garanzia» in un eventuale accordo elettorale con il Pd, un partito che, in Calabria, «deve vergognarsi di mostrare il suo simbolo». I 5 stelle, invece, «possono farlo». Resta da capire quale personalità potrebbe indurre Nesci a ritirare la sua candidatura. Di certo non Pippo Callipo, stroncato dalla deputata: «Ha già avuto la sua occasione elettorale (è stato candidato alla presidenza nel 2010, ndr), ora si tratta di andare avanti». Presto si capirà quale peso avranno le parole di Nesci. La trattativa tra M5S e Pd, dopo l'accordo di massima raggiunto da Di Maio e Zingaretti due settimane fa, è ferma in attesa del voto in Umbria, previsto per domenica prossima.

Se il «patto civico» dovesse infine portare alla vittoria dei giallorossi o a una sconfitta di misura, l'alleanza dovrebbe essere sancita ufficialmente anche in Calabria. Con buona pace del governatore Mario Oliverio, osteggiato dal suo partito, il Pd – che non intende ricandidarlo –, e dallo stesso Movimento, che ha posto il rinnovamento tra le condizioni per sigillare l'intesa con i dem.

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