lunedì 20 aprile 2020   14:35

La riorganizzazione della Protezione Civile in Calabria anche alla luce del coronavirus

Per l'emergenza sanitaria urge la nomina di un Commissario straordinario regionale, con pieni poteri, per la gestione operativa a livello sanitario sia della Fase 2 che della Fase 3 e fino a quando non verrà scoperto il vaccino

di Vincenzo Falcone
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La pandemia da coronavirus, che sta flagellando in questi mesi tutto il pianeta, ci dà la piena dimostrazione di quanto sia importante e strategico il ruolo della Protezione Civile non solo in ambito nazionale, ma anche ed in particolare in quello regionale e comunale.

 

Concentrando la nostra analisi sulle criticità strutturali che caratterizzano il servizio di protezione civile regionale, la storia della Calabria ci insegna che si tratta di una regione ad alto rischio rispetto alle diverse tipologie di calamità, in particolare naturali,abbattutesi sul suo territorio e che continuano a causare, periodicamente, danni ingenti e perdite di vite umane.

I rischi

Ci riferiamo al rischio:

Queste criticità vengono aggravate da altre debolezze naturali ed antropiche che riguardano la desertificazione del territorio (aridità stagionale, prolungamento dei periodi di siccità ed erodibilità dei suoli), la salinizzazione delle aree costiere, l’urbanizzazione selvaggia, l’uso dei terreni non sempre adeguato alle specificità del luogo ed alle attività produttive non sostenibili e l’abbandono colturale di vaste aree divenute extramarginali, in particolare quelle interne.

 

La Calabria è una regione in continua emergenza; una emergenza scaturita non solo dalla grande vulnerabilità del sistema orografico regionale ma dalla incapacità dei livelli istituzionali pertinenti di programmare gli interventi, in una logica di prospettiva strutturale di medio e lungo periodo, e da tutti quei fattori antropici che hanno reso la Calabria una terra senza convergenze.    

       

Questa storia ci insegna, poi, che i cambiamenti climatici non possono essere considerati la causa vera di alcuni eventi calamitosi, se si considera la carenza di prevenzione praticata dagli amministratori locali, l’abusivismo dilagante e l’uso illegale e distorto di un territorio con il 100% dei comuni con aree a rischio frana e/o alluvione.

 

Ecco perché la Calabria, una delle regioni più alluvionate d’Italia, merita un’attenzione particolare in termini di difesa del suolo, di prevenzione e di capacità di sapere affrontare l’emergenza, visti i rischi che corrono i cittadini e l’intero territorio regionale.

 

Molte migliaia di persone sono morte, specialmente nell’arco di questo ultimo secolo e mezzo, a seguito di nubifragi, alluvioni e frane; ed ogni anno che passa gli effetti degli eventi si sono dimostrati sempre più catastrofici sia a livello territoriale che a livello sociale.

Purtroppo, la prevenzione per mettere in sicurezza una “Calabria indifesa” non interessa alla politica in generale.

Essa preferisce la solidarietà di facciata attraverso la presenza mediata, nei luoghi dei disastri, per raccogliere voti senza fatica, alle spalle delle popolazioni colpite dalle frequenti catastrofi (terremoti, alluvioni e frane.

Gli incendi

Una particolare attenzione merita, poi, la questione relativa agli incendi ed alle cause che nascondono questi eventi.

La prima causa va ricercata nella mano dell'uomo (incendi colposi e dolosi); la seconda causa sarebbe da attribuire agli agricoltori che non rispettano le prescrizioni degli Enti Locali; la terza sarebbe da attribuire ad interventi della criminalità organizzata mirati a bruciare centinaia di ettari di boschi per avere più aree edificabili.

La “criticità incendi” dipende, in particolare, dall'inefficienza delle regioni, per quanto riguarda la mancata o parziale redazione dei Piani Antincendi Boschivi (AIB), mentre, a livello nazionale, il processo di riorganizzazione delle funzioni dell’ex Corpo Forestale, ora assorbito nell’Arma dei Carabinieri, va molto a rilento.

 

In Calabria il Piano Antincendi Boschivi (AIB) è stato elaborato parzialmente e con grande ritardo, e nello stesso tempo, si registra, paradossalmente, un numero insufficiente delle squadre di operai addetti alla conservazione del suolo, perché destinati ad altri lavori presso gli enti locali.

Così in una regione che vanta circa 613.000 ettari di boschi e foreste (il 40,6% dell’intera superficie regionale) sono stati bruciati, tra giugno e luglio 2017, ben 5.826 ettari di aree a verde.

Questo, anche in assenza anche di strategie e di misure di adattamento al clima.

 

Riflessione antropologica: se non ci convinciamo che l’essere umano è semplicemente un ospite che deve rispettare le regole della Natura-padrona di casa, questi è condannato inevitabilmente all’estinzione.

 

Naturalmente queste gravi criticità non riguardano solo la Calabria, ma l’intero pianeta.

 

L’Italia, per le sue particolari peculiarità naturali ed orografiche, è confrontata ogni anno con eventi calamitosi di ampia portata sempre più gravi e sempre più ravvicinati nel tempo, tant’è vero che a livello nazionale, ci si è resi conto occorreva coinvolgere direttamente anche le collettività locali territoriali, nel contesto di una governance multilivello, nelle diverse fasi di prevenzione, programmazione, pronto intervento e gestione delle emergenze.

Il servizio nazionale di protezione civile

In tale logica è stata approvata la legge n.225 del 1992 che ha istituito il Servizio nazionale di protezione civile ed ha stabilito tre livelli di programmazione: nazionale, regionale e locale;le autorità centrali progettano le politiche, le autorità intermedie leggono e interpretano i bisogni delle comunità locali, e infine le autorità locali le eseguono.

 

Con il successivo decreto legislativo n°112/’98, il ruolo delle amministrazioni regionali è stato istituzionalizzato dal legislatore come vera e propria attività di governo del sistema regionale di protezione civile, con il riconoscimento dell’intervento nelle procedure di emergenza e di soccorso di competenza statale, secondo la forma dell’intesa e del concerto. E’ stata confermata, cioè, l’impostazione “policentrica” della gestione dell’emergenza, impostando la funzione di gestione degli eventi in modo tale da permettere il coinvolgimento flessibile di tutte le amministrazioni pubbliche che possono, di volta in volta, essere interessate agli accadimenti.

 

Con la redistribuzione di poteri e di competenze effettuata dalla modifica del titolo V della Costituzione, attraverso l’approvazione della legge costituzionale n. 3/2001, si è data piena attuazione anche alle leggi nn.225/92 e 59/97; siamo, così,  in presenza, ormai, di un’effettiva e sostanziale devoluzione di competenze ai livelli sub-statuali attraverso la quale poter disegnare, proporre, realizzare e monitorare, insieme con gli organismi governativi abilitati, tutte le  politiche e le azioni di protezione civile, nel pieno rispetto dei principi di prossimità e sussidiarietà.

Il ruolo del sindaco

Prima di addentrarci nel ruolo e nelle competenze della protezione civile a livello regionale, occorre sottolineare l’importanza strategica del Sindaco, a livello comunale, che si trova a essere investito di una diretta responsabilità nei confronti della comunità che lo ha delegato a rappresentarla, nel nuovo panorama legislativo che rafforza la sua figura come capo dell’amministrazione comunale.

Un aspetto fondamentale di questa responsabilità si esplica, proprio, nella attività di tutela della pubblica incolumità, e quindi nella attività di Protezione Civile, intesa come fornitura di un servizio essenziale ai propri cittadini, in presenza sul territorio di particolari condizioni di pericolosità.

Non bisogna dimenticare che ogni comune dovrebbe,nell’ambito degli appropriati strumenti urbanistici, definire le prescrizioni opportune ai fini della sicurezza dei cittadini dai rischi presenti sul territorio: delimitare le zone esposte ai rischi, vietare la costruzione in alcune aree segnalate e prescrivere le condizioni per la realizzazione di opere e interventi: definire, quindi, le regole di costruzione e di ristrutturazione.

 

Infatti le specifiche ed essenziali competenze del Sindaco discendono dalla loro qualificazione come “Autorità Comunale di Protezione Civile”, ai sensi dell’art. 13, punto 3 della citata legge nazionale n. 225 del 1992; in sostanza, egli è il primo soccorritore della sua popolazione, in caso di emergenza ed il referente per la predisposizione delle misure di salvaguardia ritenute necessarie per mitigare i rischi.

 

In particolare, per quanto concerne la gestione dell’emergenza, il Sindaco è il primo fra i soggetti istituzionali direttamente chiamati a operare, con responsabilità direzionale, al verificarsi di un evento calamitoso (di qualunque tipo).A lui/lei quale compete prioritariamente qualificare la natura dell’evento – sulla base dei dati immediatamente disponibili – inquadrandolo nelle tipologie previste dalla legge e stabilire se esso possa essere fronteggiato con le forze e i mezzi disponibili a livello comunale (evento di tipo a) e in tal caso ne assume, ovviamente, il coordinamento e la direzione.

 

Il primo cittadino ha, fra i suoi compiti, la gestione dell’informazione preventiva della popolazione, nei limiti dei mezzi a sua disposizione, e la delimitazione delle zone esposte in funzione della natura e della intensità dei rischi presenti sul territorio comunale, nonché l’organizzazione e gestione dei primi soccorsi.

 

Il principio essenziale in materia è, cioè, quello della immediatezza degli interventi che richiede, a livello locale, una autonoma capacità reattiva e valutativa nei primissimi momenti del dopo-evento che condizionano tutta la gestione successiva dell’emergenza; e solo una struttura locale adeguatamente reattiva può disporre di tutti gli elementi di conoscenza e di valutazione in grado di assicurare ed esprimere quella impostazione di massima delle attività di soccorso che, successivamente, potrà essere sviluppata con l’apporto aggiuntivo e integrativo (eventualmente anche di carattere straordinario) di altre strutture sovra-locali, provinciali, regionali o centrali.

 

Il Sindaco deve, quindi, essere in grado di coordinare l’organizzazione di una struttura tecnica e amministrativa che lo supporti nello svolgimento dei suoi compiti, tenendo conto dei bisogni dei cittadini e dei servizi da erogare sul territorio.

Tale struttura non può essere istituita al verificarsi di una crisi, ma deve avere carattere permanente, per assistere e supportare il Sindaco, svolgendo le funzioni organizzative, preparatorie e propedeutiche alla gestione delle emergenze e quindi assisterlo al loro verificarsi.

Non a caso tra le attribuzioni comunali si sottolinea, in particolare, l’esigenza della predisposizione di piani intercomunali di emergenza, anche nelle forme associative e di cooperazione previste dalla legge nazionale n. 142 del 1990.

 

Per ciò che concerne la fase della previsione-prevenzione, considerate le numerose funzioni oggi attribuite, trasferite e delegate al Comune, essa rappresenta una parte significativa dell’azione dell’Ente locale, in quanto tale fase ha importanti connessioni con le ordinarie attività di pianificazione e gestione del territorio che sono, per gran parte, localmente rimesse alla competenza del Comune.

Il Piano comunale di Protezione Civile

In questo contesto, uno degli strumenti strategici della prevenzione è costituito dal Piano comunale di Protezione Civile che ogni comune è tenuto a predisporre, nel quale si  devono descrivere i rischi presenti sul territorio e le loro eventuali conseguenze, sia in riferimento alle persone sia all’ambiente e vanno definite le misure di prevenzione e di protezione da assumere dal Comune stesso, al fine di operare azioni volte a informare la popolazione in relazione agli elementi di pericolosità e ai comportamenti da tenere in caso di calamità.

 

In sintesi le funzioni comunali e le responsabilità del Sindaco possono così riassumersi:

La stessa Unione Europea, da oltre 10 anni, dopo avere esteso le proprie competenze (condivise) in materia di difesa dell’ambiente e lotta contro l’inquinamento delle acque, ha esplicitamente cominciato a trattare, in termini di coordinamento, le questioni legate più specificamente alla protezione civile[14].

Il Trattato di Lisbona del 2007 riconosce l’importanza strategica della cooperazione nell’ambito della protezione civile, al fine di rafforzare l'efficacia dei sistemi di prevenzione e di protezione dalle calamità naturali o di quelle provocate dall'uomo[15].

Naturalmente tutto ciò presuppone una forte organizzazione all’interno dei sistemi istituzionali interessati, se si vuole dare un contributo concreto alla cooperazione interregionale transeuropea che, in un contesto di solidarietà e reciprocità, diventa uno strumento efficace per ricevere aiuti in caso di bisogno.

La cultura della protezione civile deve essere intesa nella sua accezione più ampia nel senso che Unione Europea, Stato, Regioni e Collettività Territoriali diventino un unico “insieme funzionale” basato, tra l’altro, su una capillare e sistematica analisi delle situazioni a rischio per ladefinizione dei provvedimenti finalizzati a ridurne le conseguenze dannose e per fare emergere una coscienza comune che sia sensibile alla opportunità di destinare risorse e interventi verso le misure di previsione e prevenzione piuttosto che dovere intervenire unicamente nell'emergenza.

 

A livello regionale bisogna purtroppo constatare che, ad oggi, l’attuale Settore regionale di protezione civile non è certamente attrezzato per far fronte ad eventi complessi se si considera che non sono stati ancora completati i piani comunali di emergenza, il sistema di allertamento, la rete radio e la sale operative mobili (regionali e provinciali).

Il sistema informativo territoriale di gestione delle emergenze è sotto utilizzato, mentre sono inesistenti il sistema radar meteorologico e la Rete GPS, i centri operativi misti e quelli integrati territoriali.Il volontariato, infine, non è organizzato, e non si è ancora proceduto all’implementazione ed adeguamento della Colonna mobile regionale.

 

Anche le Convenzioni con le Capitanerie di Porto, il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile e le Prefetture per l’interscambio dei flussi informativi non risultano pienamente operative.

Inoltre, se diamo   uno sguardo alle strutture regionali, preposte alla prevenzione, monitoraggio, controllo dei rischi ed al pronto intervento, esse sono, poco organizzate, poco efficienti, prive di coordinamento e quindi non “dialoganti” tra di loro, quali il Centro Funzionale Multirischio, l’Autorità di Bacino, il Servizio Antincendi Boschivi, il Centro Cartografico Regionale e l’Elisoccorso.

La debolezza del sistema di prevenzione civile regionale viene avallata, inoltre, dall’assenza di altre strutture parimenti necessarie per renderlo più efficace ed efficiente, ma mai istituite all’interno dell’Ente Regione, quali il Servizio Statistico, il Servizio Geologico Regionale, l’Osservatorio Epidemiologico ed il Sistema Informativo Sanitario Regionale.

 

A tutto ciò bisogna aggiungere l’assoluta carenza di coordinamento  tra gli enti strumentali, coinvolti nel sistema di protezione civile, quali l’Arpacal (Ambiente), Calabria Verde (Forestazione) ed i Consorzi di Bonifica ed i Servizi Tecnici di Supporto dell’Arsac (Servizio Agrometeorologico, Servizio agro-pedologico e Servizio agro-cartografico).

Simili carenze non solo limitano la pianificazione e gestione dell’emergenza, ma impediscono sia la piena conoscenza degli scenari di rischio legati alle specificità del territorio ed alla sua vulnerabilità che la  coscienza e la consapevolezza del concetto di rischio in funzione della pericolosità e dell’intensità dell'evento calamitoso.

 

Tutte queste criticità si ripercuotono inevitabilmente sulle amministrazioni sub-regionali che, in assenza di una attività di sostegno da parte delle strutture regionali, non sono in grado di fronteggiare, appieno, le problematiche connesse con la gestione del sistema di Protezione civile, sia in fase ordinaria che straordinaria. 

Attualmente un’ignoranza diffusa pervade l’intera popolazione calabrese: moltissimi non sanno cosa fare nelle situazioni di emergenza e allo stesso tempo non sanno neanche quali azioni devono aspettarsi dagli altri.

Quindi, se non si crea una coscienza comune che consenta al cittadino di sapere cosa fare in caso di eventi calamitosi e, allo stesso tempo, quali azioni deve aspettarsi dalle strutture istituzionalmente preposte ad affrontare tali eventi, le conseguenze di un evento catastrofico saranno sempre devastanti, sia a livello sociale che territoriale.

Agenzia Regionale per la Protezione dai Rischi Naturali e Tecnologici

Questo significa che, data  la particolare complessità e trasversalità della Protezione civile che pretende un efficace ed efficiente organizzazione programmatica e gestionale, specialmente per quanto concerne la prevenzione, la gestione dell’emergenza e tutte le azioni inerenti al post evento, l’Ente Regione deve accelerare le procedure per la costituzione dell’Agenzia Regionale per la Protezione dai Rischi Naturali e Tecnologici il cui progetto di legge giace da tempo presso la Commissione competente del Consiglio regionale della Calabria.

Essa apporterebbe enormi benefici in ordine alla tutela e salvaguardia dell’intero sistema regionale ed alla sicurezza dei cittadini in quanto permetterebbe un efficace coordinamento dei Servizi della regione e degli Enti Strumentali preposti alla salvaguardia e difesa del territorio ed al monitoraggio del sistema ambientale della Calabria.

 

Le competenze specifiche dell’Agenzia si possono ricondurre alle seguenti attività e servizi:

L’esperienza dimostra, comunque, quanto sia difficile, se non impossibile, svolgere le attività legate alla Protezione Civile non disponendo di una struttura adeguata, composta, innanzitutto, da persone in grado di interagire e comunicare per giungere a una gestione ottimale del sistema.

"Attrezzarsi" per prevedere e per prevenire, ancor prima che per ricostruire, costituisce un obiettivo razionale per una società matura e conscia delle proprie possibilità e significa, quindi, considerare la Protezione Civile come una attività di natura trasversale, anziché settoriale, che esige - accanto all'impegno di organizzazioni e operatori specializzati - l'impegno altrettanto attento e consapevole di amministratori pubblici, cittadini e "decisori", che devono concorrere, ognuno dal proprio versante, a una sensibilizzazione capillare sui comportamenti e gli accorgimenti da adottare, sia autonomamente che collettivamente, in aree e situazioni "a rischio".

 

Compito fondamentale delle amministrazioni a favore delle loro comunità locali è quello di assicurare la sicurezza e offrire ai cittadini servizi che contribuiscano sempre più a elevare la qualità della vita.

 

Questa maturazione politica e culturale presuppone una sistematica e continua azione di ricerca, informazione e formazione, ai vari livelli, in modo da determinare quel "sentire comune" fra specialisti e cittadini che rende convergente ed efficace l'opera degli uni e degli altri nella prevenzione e gestione dei disastri di diversa origine e natura.

Tutto ciò nel contesto di un rapporto fra uomo e ambiente in grado di garantire una serie di interventi da adattare alle singole realtà territoriali, nel pieno rispetto delle diverse fasi di programmazione e pianificazione della Protezione Civile: previsione prevenzione e mitigazione del rischio, preparazione all’emergenza, gestione delle emergenze e avvio della ripresa.

 

L’obiettivo deve essere quello di pervenire a un modello di governance che consenta agli operatori di Protezione Civile (amministratori politici dei differenti livelli istituzionali, tecnici e volontari) di sviluppare rapporti reciproci per sostenere l'innovazione amministrativa e organizzativa, condividere buone prassi nel settore e confrontare le differenti realtà al fine di trovare nuove soluzioni.

 

Tutte le figure interessate devono possedere le conoscenze tecniche e metodologiche indispensabili per la produzione e la gestione dei programmi e piani di Protezione Civile, costruiti sulla base di precise specifiche (rischi, risorse, bisogni, cultura, comportamenti, ecc.), secondo quanto previsto sia dalle direttive del Dipartimento della Protezione Civile - concernenti la programmazione, la pianificazione di Protezione Civile e la gestione delle emergenze – sia nelle politiche e negli indirizzi della Regione Calabria.

 

L’Istituto regionale, dal canto suo, deve fornire sostegno ai comuni, nella fase di predisposizione dei piani comunali di emergenza e farsi carico di assicurare al proprio personale una azione formativa continua e duratura nel tempo.

 

Inoltre esso deve farsi carico di vigilare affinché, anche a livello locale si consolidi quella cultura della formazione per:

Naturalmente, nell’attività di formazione deve essere coinvolto il volontariato perché esso svolge un importante e peculiare ruolo per la capacità di far fronte ai bisogni della collettività e attivare, anche attraverso le proprie strutture, le autodifese di ciascuna comunità, come più volte dimostrato in occasione del contributo offerto nelle situazioni di emergenza.

Occorre avere piena consapevolezza che il sistema di prevenzione è oramai diventato un sistema integrato che coinvolge i diversi livelli istituzionali di governo, a partire dall’Europa per arrivare al sindaco.

 

Infatti, dopo la riforma del Titolo V della Costituzione che riconosce, tra l’altro,  maggiori competenze alle Regioni e agli Enti locali e l'inserimento della Protezione Civile nel Trattato di Lisbona,  la Regione è confrontata, non solo con la produzione normativa nazionale e regionale (quest’ultima un po’ “pasticciata”), ma anche con la normativa comunitaria che richiede a ciascuno Stato Membro ed alle stesse Collettività Territoriali, l’elaborazione di Quadri di Sostegno non solo per la prevenzione dei rischi, ma anche per la formazione e specializzazione degli attori abilitati ad affrontare, con efficacia ed efficienza, le conseguenze derivate dalle calamità naturali o da quelle  provocate dall'uomo.

La Regione Calabria, per la sua elevata debolezza orografico-territoriale e la sua alta “sensibilità” agli eventi sismici, necessita di un’organizzazione funzionale che armonizzi l’operato degli attori istituzionali interessati, che si avvalga di strumenti strutturali in grado di fronteggiare gli eventi con rapidità e con successo, che sviluppi strategie adeguate nelle varie fasi che caratterizzano gli eventi stessi e che abbia la snellezza e la flessibilità per rispondere ai bisogni emergenti e saper organizzare le successive fasi di ricostruzione.

Tutto questo non si può fare senza una Struttura di Protezione Civilein grado di sapere, non solo pianificare e gestire l’emergenza, ma avere da un lato piena conoscenza degli scenari di rischio legati alle specificità del territorio ed alla sua vulnerabilità e, dall’altro, coscienza e consapevolezza del concetto di rischio in funzione della pericolosità e dell’intensità dell'evento calamitoso.

Attualmenteun’ignoranza diffusa pervade l’intera popolazione: moltissimi non sanno cosa fare nelle situazioni di emergenza e allo stesso tempo non sanno neanche quali azioni devono aspettarsi dagli altri; in tale contesto aumenta la confusione e la possibilità che si verifichino danni ulteriori.

Ciò presuppone un impegno politico notevole, a livello di governo regionale, in grado di far emergere una coscienza comune che sia sensibile alla opportunità di destinare risorse e interventi verso le misure di previsione e prevenzione piuttosto che dovere intervenire unicamente nell'emergenza.

 

Questa maturazione politico-culturale presuppone una sistematica e continua azione di ricerca, informazione e formazione, ai vari livelli, in modo da determinare quel "sentire comune" fra specialisti e cittadini che renda convergente ed efficace l'opera degli uni e degli altri nella prevenzione e gestione dei disastri di diversa origine e natura.

 

Una simile situazione pretende un’organizzazione in grado di sapere, non solo pianificare e gestire l’emergenza, ma avere da un lato piena conoscenza degli scenari di rischio legati alle specificità del territorio ed alla sua vulnerabilità e, dall’altro, coscienza e consapevolezza del concetto di rischio in funzione della pericolosità e dell’intensità dell'evento calamitoso.

Inoltre, occorre considerare la Protezione civile come un’attività di natura trasversale, che impegna gli amministratori pubblici, i cittadini singoli o associati e tutte le altre strutture abilitate ad acquisire quella cultura della sicurezza che costituisce una delle nuove responsabilità delle istituzioni nel quadro di un assetto federale.

Questa “soggettualità plurima” pone un’esigenza imprescindibile di messa a rete dell’intero sistema regionale, identificando gli strumenti che devono necessariamente essere coordinati, in via diretta, da un’unica struttura e quelli che, pur appartenendo ad altri Organismi o Enti, devono comunque far parte, in modo vincolante, di un insieme funzionale di pianificazione strategica e di pronto intervento.

 

Allo stato attuale, purtroppo, come già sottolineato, i servizi regionali che potrebbero dare un contributo sostanziale all’attività di protezione civile, nell’accezione più ampia del termine, pur esistendo sono inseriti in Organismi e Strutture tra di loro non “dialoganti” e quindi, del tutto inefficaci, rispetto agli obiettivi di aiuto ed assistenza ai cittadini nella gestione di eventi catastrofici, ormai sempre più continui e ripetitivi in un territorio caratterizzato da aridità stagionale, siccità, erodibilità dei suoli, urbanizzazione selvaggia, uso del suolo non sempre adeguato alle specificità del luogo ed attività produttive non sostenibili.

 

Le principali azioni operative prioritarie, a livello regionale, per ridurre conseguenze disastrose a livello di mortalità e di devastazioni sociali e territoriali di varia natura, dovrebbero essere le seguenti:

 

Per quanto riguarda il caso specifico della pandemia da coronavirus che ha colpito anche la nostra regione, urge la nomina,da parte del Governo regionale, di un Commissario straordinario regionale, con pieni poteri, per la gestione operativa a livello sanitario sia della Fase 2 che della Fase 3 e, comunque, fino a quando non verrà scoperto il vaccino.

 

Il Commissario straordinario (soggetto indipendente) dovrebbe svolgere il suo mandato,nel contesto dei decreti governativi conseguenti alla pandemia, in piena sintonia con il responsabile della protezione civile regionale, con il commissario governativo sulla sanità e con i sindaci della Calabria, in quanto autorità locali di protezione civile.

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