venerdì 17 luglio 2020   19:20

Le ritorsioni a mezzo stampa contro il nostro editore per un articolo che è solo mio

Tutto inizia con il servizio sul manoscritto di Pittelli. Abbiamo difeso strenuamente la memoria di Paolo Pollichieni ma il Corriere della Calabria l’ha concepito come un oltraggio. La vendetta è trasversale e colpisce Domenico Maduli, che da vittima di mafia, oggi parte civile in un processo, viene presentato come un colluso. Quell’articolo però aveva un autore e basta

di Pietro Comito
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Tutto inizia con un mio servizio: quello sul manoscritto di Giancarlo Pittelli. L’ho redatto io quel servizio, l’ho pubblicato io. Mi sono confrontato con il direttore editoriale e con la redazione, come mio dovere. E basta. E non ho reso partecipe l’editore, perché qui da noi funziona così. Perché io lavoro così.

La notizia era di straordinario interesse pubblico: Giancarlo Pittelli dice di sapere che sarebbe stato arrestato e dice di saperlo da un anno. Dice di averlo saputo da Paolo Pollichieni, che è stato il direttore del Corriere della Calabria e che, soprattutto, è stato uno dei miei maestri.

In quel servizio ho difeso la memoria di Paolo Pollichieni e l’ho fatto pubblicando tutto, come mi ha insegnato lui, ma spiegando e sottolineando quanto Paolo fosse grande, perbene e appassionato.  Spiegando come e perché non poteva sapere. Spiegando come e perché, anche qualora avesse saputo, non avrebbe mai rivelato una cosa simile. In quel servizio ho anche posto un interrogativo: chiamare in causa Pollichieniè forse solo una raffinatissima strategia difensiva per colpire il procuratore Gratteri a cui, com’è noto, Pollichieni era legato da una sincera e leale amicizia? Rileggete tutto. Rileggetelo.

Succede il putiferio. Ho fatto il mio dovere fino in fondo, meglio che potevo. Quel servizio viene però concepito come un oltraggio alla memoria di Paolo Pollichieni e come un affronto dal Corriere della Calabria. Viene contattato telefonicamente il mio editore, Domenico Maduli, e giù veleno, su di lui e su di me. Perché in Calabria si pensa che un giornalista non possa avere una sua autonomia; si pensa che il giornalista fa solo quello che dice l’editore, sempre e comunque, anche se non è vero.

E così volete la carogna? Eccomi qua. La notizia l’ho data io, il pezzo è mio, e lo rivendico dalla prima all’ultima riga. È stato uno dei pezzi più importanti che abbia mai scritto.

Però, poi, proprio come se fosse una faida, ecco scattare la rappresaglia e l’intimidazione. Una vendetta trasversale. Esce il Corriere con un primo pezzo: Maduli che diventa un imprenditore «vicino ai Mancuso», Maduli intercettato con un imprenditore (che oggi scopriamo essere presunto mafioso per le sue torbide relazioni) dire «su Giamborino garantisco io». Giamborino, Pietro, l’ex consigliere regionale - scrive in maniera narrativamente perfetta il Ros- dalla «doppia anima», di giorno integerrimo e di notte confidente del cugino boss.

Maduli è un imprenditore, corteggiato dalla politica (come tutti gli imprenditori ed editori calabresi, tutti,anche come Paola Militano) allora sostenne il progetto politico del Giamborino “di giorno” ignorando che potesse esisterne (e ci sarà un processo al riguardo) uno “di notte”.

Ha scritto, il Corriere della Calabria: Maduli «vicino ai Mancuso». C’è stata un’inchiesta giudiziaria che adesso approda a dibattimento che dice che non è così. L’ha scritto Pasquale Motta, rispondendo alla prima vagonata di fango partita dal Corriere della Calabria. Ve la sintetizzo io la storia. Tra le fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000 quinon c’erano né Gratteri né lo Stato.Magistratura e forze dell’ordine facevano quello che potevano ma la ‘ndrangheta era più forte: è così, lo dice la storia. Se ti piegavi subivi, se ti ribellavi subivi due volte. Maduli ha provato per la prima volta a denunciare, ma il risultato non fu quello sperato. Il tempo passa e lui cresce. Maduli diventa un tipo scomodo. È un imprenditore che si impone, che ha una personalità spigolosa, ma è caparbio e ostinato. E sapete come si dice, qui, se cresci troppo, le gambe te le spezzano. E con lui ci hanno provato in tutti i modi possibili.

Le lettere anonime diventano uno strumento per gettare letame e adombrare sospetti. Alcune le consegna lo stesso Maduliall’autorità giudiziaria. Parte lesa, ma diventano queste le fonti della sua “vicinanza”. Lettere anonime, intrise di livore e rancore.

Passa il tempo, arriva Gratteri e dice: «Siamo credibili, fidatevi di noi». Così, quando lo chiama la Squadra mobile di Catanzaro, Domenico Maduli si fida dello Stato e denuncia. Si fida di Gratteri. È uno di quelli, Maduli, che ha il coraggio di parlare.È uno di quelli che vuol voltare pagina. Racconta perfino, a verbale, di essere stato costretto - addirittura ad insaputa della sua compagna di vita e nel lavoro - a pagare una estorsione. Spiega di averlo fatto per proteggere la sua famiglia e ciò che era riuscito a costruire. Racconta di aver scoperto che unadelle persone che gli girava attorno millantava di essere il suo «socio», lo stesso che poi lo indusse a pagare quell’estorsione (e questo sarebbe il “socio occulto”?). L’uomo che, con un moto di coraggio, Maduli subito allontanò. E poi denunciò.

Bene, oggi Domenico Maduli, l’imprenditore e l’editore, è parte lesa in un maxiprocesso di mafia. Parte lesa come la sua azienda. Quando scattò l’operazione “Rimpiazzo” furono arrestati, grazie anche alla sua denuncia, sia i vertici del clan dei Piscopisani, sia Pantaleone Mancuso alias “Scarpuni”. E allora erano gli ’ndranghetisti più sanguinari in circolazione, in Italia e forse nel mondo. E a differenza di molti miei colleghi che restano comodamente seduti sulla loro scrivania, i loro morti ammazzati io li ho raccontati tutti osservando i cadaveri da pochi metri. Di giorno, di notte, in spiaggia, davanti a bambini terrorizzati, a giovani mogli divenute vedove in un attimo, a madri che si sono visti ammazzare un figlio davanti ai loro occhi. Chi erano?Chi li ha ammazzati? Questa è Vibo Valentia, io ero lì. Voi dove eravate?Ecco dove nasce LaCNews24. Ecco dove lavoriamo noi, dove facciamo nera e giudiziaria. E ci vogliono palle d’acciaio per misurarti con questa realtà, per tenere la schiena dritta e fare quello che facciamo noi.

Basta? No. Perché arriva il secondo attentato del Corriere della Calabria: Maduli e l’ex socio ’ndranghetista. Cioè il soggetto di cui era vittima. L’asserito ex «socio occulto», quello che una volta sentito dalla Polizia di Stato,Maduli consentirà di arrestare per l’estorsione a cui lo aveva sottoposto. Ma ovviamente non conta che un imprenditore abbia denunciato. Non conta che oggi ci sia un grande processo che lo vede vittima, parte civile al fianco della pubblica accusa. Non conta la sua denuncia che contestualizza invece tutto quello che dicono i collaboratori di giustizia e che pone una linea di demarcazione temporale ineludibile.Non conta che abbia deciso senza infingimenti da quale parte stare.In questo momento bisogna solo colpire e fargliela pagare a quelle carogne di LaCNews24per un oltraggio mai arrecato. E per questo oggi c’è chi decide di mirare a chi ritiene essere “la testa”.

 

Io per molto meno, in un articolo su un omicidio, per non aver scritto che un pluripregiudicatofu scarcerato in un altro procedimento che nulla aveva a che fare con l’omicidio stesso, sono stato costretto a saldare per due anni un salato risarcimento danni. Assolto in primo grado, io, condannato in appello e poi in Cassazione, malgrado la Procura generale avesse chiesto l’annullamento della mia condanna. Vi auguro buona fortuna: ci avete messo troppa foga, stavolta; non vi basta scrivere «non è indagato»; stavolta avete toppato, perché non potete presentare come un complice dei mafiosi uno che in un processo è invece chiaramente la loro vittima.

Finitela con questa logica della faida. E se volete continuare eccomi qua. Lo sapete come si dice: cerca cerca che qualcosa la trovate pure su di me, metteteci un po’ di astuzia, pasticciate un po’ e la mistificazione vi riesce e vedrete che farà effetto. Perchéla carogna è una: sono io. Il pezzo sul manoscritto di Pittelli l’ho fatto io. Non ho oltraggiato la memoria di Paolo Pollichieni, l’ho difesa con il cuore perché lo meritava. E quell’articolo lo rivendico tutto. La notizia era enorme. Così come rivendico con orgoglio di avere imparato il mestiere da Paolo. E di aver scritto, questo come tutto il resto, senza rendere partecipe l’editore che mi ha scelto.

Ecco la carogna, sparate pure. Intanto io e i miei colleghi continueremo a fare i giornalisti. A scrivere quello che per mesi in troppi hanno ignorato, mentre qui - in solitudine - abbiamo continuato a scrivere e scrivere e scrivere. Abbiamo un’indagine colossale che racconta dello strapotere di un mafioso come Luigi Mancuso, la macelleria messicana di Peppone Accorinti, gli affari di uno che s’è preso mezza Roma come Saverio Razionale, colletti bianchi, traffici di droga e di armi, lupare bianche, e il meglio che sapete tirare fuori è questa intimidazione ad inchiostro contro Maduli ed una vagonata di letame su di noi giornalisti?

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corriere della calabria giornalismo

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