sabato 26 settembre 2020   20:27

Gli occhi tristi degli studenti nella scuola dell’era Covid

Gli istituti hanno riaperto ma tutto è cambiato. Genitori e figli divisi da un evento epocale, con i ragazzi del 2020 pionieri mascherati di un mondo che nessuno ha mai conosciuto (ASCOLTA L'AUDIO)

di Enrico De Girolamo
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Quando ero bambino e tornavo a casa dopo il primo giorno di scuola, mia madre mi accoglieva sempre nello stesso modo: prendeva la mia testa tra le mani, aspirava ad occhi chiusi, come quando si vuole apprezzare una fragranza, e mi diceva: «Come profumi di scuola!». La cosa non mi ha mai convinto. Non capivo come la scuola potesse “odorare” così forte da impregnarmi, né cosa ci potesse essere di così positivo nell’avere addosso quel sentore di sudore preadolescenziale ed effluvi della mensa scolastica. Crescendo ho capito che con quelle parole voleva esaltare la fragranza del futuro, che per uno studente coincide inevitabilmente con il suo impegno scolastico.

 

Quando l’altro giorno le mie figlie sono uscite da scuola dopo mesi di lockdown e didattica a distanza, avevano una mascherina chirurgica calata sul viso e odoravano di disinfettante. I baci sono stati ridotti al minimo indispensabile e le parole per accoglierle si sono limitate a un laconico «come è andata?», che mai come questa volta non era affatto una domanda retorica. Era un interrogativo vero, carico di dubbi. Poco prima, con loro, altre centinaia di ragazzi erano sciamati fuori dalla scuola quasi in silenzio. Non ci sono state risate, né capannelli di amici che si rintuzzano a vicenda, non ci sono stati sguardi languidi, né chiacchiere futili. Erano tutti uguali, diligentemente omologati nella prima regola della prevenzione anti-covid: indossare la mascherina. Erano tutti identici, tutti tristi quegli occhi che spuntavano da quei 50 centesimi di stoffa azzurra bordata di bianco che ormai possiamo acquistare anche in tabaccheria. Un’ombra nello sguardo che non è andata via neppure una volta a casa, nella consapevolezza che il primo giorno di scuola era stato molto meno esaltante di quanto speravano.

 

«Come è andata? - ho chiesto di nuovo la sera a cena -. Cosa avete fatto?». E mi hanno raccontato di file per uno opportunamente distanziati, di entrate scaglionate con gli insegnanti a vigilare su ogni spostamento; mi hanno trasmesso la sensazione di impossibilità che hanno percepito in lunghe ore passate senza potersi mai alzare dalla sedia e la delusione per non aver potuto cercare gli amici che non vedevano da mesi. Mi hanno raccontato di una scuola che nessuno ha mai conosciuto e di cui sono, loro malgrado, i pionieri mascherati. Una scuola che non profuma di futuro, ma di un presente opprimente e incerto, scandito dai numeri dei contagi nel mondo che si rincorrono ogni istante sui media.


Allora mi sono chiesto se sia stato davvero giusto pretendere che tornassero a scuola in queste condizioni, se non fosse stato meglio, invece, prolungare la didattica a distanza fino a quando non sarà disponibile un vaccino, magari approfittandone per rafforzare le infrastrutture e le competenze digitali di famiglie e sistema scolastico.
Considerando le condizioni in cui sono costretti a frequentare i ragazzi, con l'annullamento di qualsiasi motivazione sociale e con il timore di diventare gli untori in famiglia, mi sono chiesto se sia stato giusto cercare un barlume di normalità pre-pandemia nella riapertura a tutti i costi delle scuole. Scelta sulla quale ha prevalso la battaglia politica tra schieramenti contrari, più che una riflessione seria su pro e contro di questa decisione.
Eppure fino a qualche giorno fa credevo di non avere dubbi sulla necessità di una ripartenza, pur tra mille difficoltà e incognite. Oggi, ripensando al loro sguardo nel primo giorno di scuola, mi chiedo se ne avevamo il diritto.

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