mercoledì 21 ottobre 2020   20:02

Morelli, “l’americano”: boss emergente alla macchia. Per il pentito Moscato è lui «il vero criminale»

ESCLUSIVO AUDIO-VIDEO | Il superlatitante di Rinascita Scott raccontato dall’ex killer dei Piscopisani. Dalla rigenerazione del clan dei Ranisi, a Vibo Valentia, alla carriera mafiosa dell’erede di Andrea Mantella: «Era come lui… la stessa cosa» (ASCOLTA AUDIO)

di Pietro Comito
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Lo cercano, lo braccano, ma non lo trovano: alla macchia dalla notte tra il 18 ed il 19 dicembre, quando mille carabinieri assediarono il cuore della Calabria per dare esecuzione alle oltre trecento misure cautelari della maxioperazione Rinascita Scott

«Il vero criminale, diciamo, criminale proprio, è Salvatore Morelli», forse bastano le parole di Raffaele Moscato, sicario del clan dei Piscopisani, oggi pentito eccellente, per spiegare chi sia uno dei più pericolosi latitanti in circolazione, colui il quale - alla luce delle rivelazioni del collaboratore di giustizia - avrebbe lo spessore delinquenziale per diventare il nuovo boss di una città, Vibo Valentia, alle prese con una rigenerazione ‘ndranghetista che l’aveva portata sulle soglie di un’altra guerra di mafia.

L’Americano secondo Moscato

«Se uno è criminale - dice Moscato al pm Antonio De Bernardo, il 3 dicembre 2019 negli  uffici della Direzione nazionale antimafia a Roma - quello è Salvatore Morelli. Perché senza Ciccio Scrugli, Salvatore Morelli era come Andrea Mantella… La stessa cosa». La sua conoscenza si ferma al 2015, quando il killer confessò l’omicidio del boss di Stefanaconi Fortunato Patania e saltò il fosso.

Il clan dei Piscopisani, con Salvatore Morelli aveva avuto a che fare. Conosciuto come «l’Americano», faceva parte del gruppo di Mantelliani, ovvero la falange scissionista guidata da Andrea Mantella che aveva deciso di affrancare Vibo città dallo strapotere dei Mancuso. E Mantella ed i suoi avevano così allargato le maglie di un cartello mafioso che assorbì un po’ tutti i clan della provincia recalcitranti a sottostare al dominio del locale di Limbadi e Nicotera. Un gruppo che era avvezzo all’uso delle armi, che imponeva il pizzo e che non si faceva scrupolo alcuno nello sfidare quelli della vecchia guardia.

La scuola mantelliana

Mantella aveva due uomini di assoluta fiducia: uno era Francesco Scrugli, l’altro era appunto Morelli. Scrugli, legatosi ai Piscopisani ed assassinato il 21 marzo 2012 a Vibo Marina dal commando assoldato dai Patania di Stefanaconi, era uno che sapeva sparare; Morelli invece aveva più cervello ed era per questo che Mantella, durante la detenzione, preferiva affidarsi a lui. Poi, quando Mantella - dopo l’omicidio di Scrugli e il pentimento dello stesso Moscato - intraprese la collaborazione con la giustizia, Morelli rimase solo, mantenendo uniti gli ex mantelliani che si federarono ai Pardea i quali - spinti dal giovanissimo Francesco Antonio Pardea - tornarono in auge.

La rinascita dei Ranisi

Incalza il pm De Bernardo, vuole capire quali fossero le «aspirazioni criminali di Francesco Antonio Pardea». Moscato è preparato: «Fino a che c’ero io, stavano facendo un nuovo locale là…». Il collaboratore racconta che la gemmazione di questa nuova realtà criminale sarebbe benedetta da Emilio Bartolotta, antagonista dei Patania su Stefanaconi, già condannato per l’omicidio del locale segretario dell’Udc Michele Penna, e dai Bonavota, i potentissimi padroni di Sant’Onofrio con propaggini fino a Roma e in Piemonte.

All’inizio i Piscopisani, che avevano vertici e bocche di fuoco detenuti, erano scettici sulla possibilità che potesse crearsi una nuova società mafiosa nella controversa città capoluogo. Un giorno però in carcere arrivò loro una «imbasciata» che confermava: «Era tutto vero». Aggiunge Moscato: «L’intenzione era quella… Di prendere Vibo. Con la sua famiglia, un’altra volta… E prendere Vibo a tutti i costi».

Per farlo, dimostreranno le indagini e confermerà una figura di spicco del rinato clan dei Pardea-‘Ranisi, ovvero il collaboratore di giustizia Bartolomeo Arena, erano pronti alla guerra, dotandosi di un arsenale con micidiali armi da guerra, a sparare e ad uccidere, a saldare i conti con il passato e prendersi la città. D’altronde, dicevano intercettati dai carabinieri, «siamo giovani, questo è il tempo nostro».

Vantavano il blasone dello «zio Mimmo Camillò», fratellastro del padre di Francesco Antonio Pardea, l’apporto dei Macrì, iniziando da Mommo, altra figura abilissima con la pistola svezzata da Andrea Mantella, e quello di una squadra di ragazzi tanto intraprendenti quanto spavaldi. Ma «il vero criminale è Morelli», ripete Moscato.

Morelli, inizio di una carriera

Il nonno omonimo di Salvatore Morelli – racconta proprio Domenico Camillò, l’anziano capobastone nell’avvio di una fallita collaborazione con i magistrati della Dda di Catanzaro – era un boss a tutto tondo, ai tempi suoi. Il giovane «Americano» divenne noto alla giustizia appena diciassettenne, quando la polizia lo deferì per un tentato furto.

 

Dai reati bagatellari a quelli pesanti il passo fu breve: nel 2004 un arresto per spaccio e sei mesi dopo un avviso orale di pubblica sicurezza. Nel 2005 arrestato per porto abusivo d’arma da fuoco. Nel 2010, invece, finì nella maglie di un blitz antimafia della Squadra mobile di Vibo Valentia, The goodfellas - I bravi ragazzi, un’operazione importantissima, in chiave storica, perché cristallizzò per la prima volta l’ascesa dei Mantelliani su Vibo. Anche allora riuscì a sfuggire alla cattura. Rimase alla macchia per undici mesi, finché gli stessi agenti riuscirono a catturarlo. Da allora in avanti, altri due arresti ed un nugolo di denunce: dalla rissa in carcere fino alla sistematica violazione della sorveglianza speciale.

L’Americano oggi

Trentasettenne, latitante imputato nel processo Rinascita Scott, è accusato di associazione mafiosa ed estorsione. Lo tenevano d’occhio i Mancuso e non solo perché a suo tempo, con Andrea Mantella, condivise il pestaggio di Giuseppe Mancuso, figlio del defunto boss Pantaleone detto “Vetrinetta”.

Giovanni Giamborino, presunto factotum del superboss Luigi, ne parlava in questi termini: «Dove c'è “annacamento” (casino, ndr) non si fa niente... A Vibo lo sai perché  non si sta facendo niente? Per tutti questi “annacamenti”(casini, ndr), tutte queste sparatorie… Queste cose che va mettendo là, questo Salvatore... Ma lo ammazzano quanto prima e mi dispiace… Però non sente a nessuno, ah...». E più avanti: «Pure Luigi ora… Sai quante volte gli ha mandato la ‘mbasciata e glieli sta facendo lo stesso i danni? Tanto non gliene frega un cazzo…».

 

Oggi è alla macchia, il nuovo padrino emergente. A piede libero, in attesa di un processo spartiacque, Rinascita Scott. Per la sua storia delinquenziale e per una città, Vibo Valentia, dove da undici mesi non si spara più.

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ndrangheta rinascita scott

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