venerdì 19 febbraio 2016   15:08

Tabula rasa, raffica di condanne

Il gup del Tribunale di Catanzaro ha sentenziato anche sette assoluzioni nell'ambito dell'operazione antimafia messa a segno nel 2014 contro clan operanti a Petilia Policastro
di Gabriella Passariello
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Venti le condanne a pene variabili dai 18 ai 3 anni di reclusione sentenziate dal gup del Tribunale di Catanzaro Pietro Scuteri per gli imputati giudicati con rito abbreviato coinvolti nell’operazione Tabula Rasa, messa a segno il 22 maggio 2014, contro clan operanti sul territorio di Petilia Policastro, nel Crotonese. La condanna più pesante, di 18 anni e sei mesi è stata inflitta a carico di Giuseppe Pace, per Diego Garafalo 9 anni e 10 mesi, Salvatore Comberiati, (di 48 anni) 6 anni di carcere. E ancora, Francesco Astorino 3 anni e sei mesi, Leonello Astorino, 10 mesi e venti giorni di reclusione, Bruno Domenico 7 mesi e 10 giorni di reclusione, Giovanni Castagnino 7 anni e 4 mesi di carcere, Salvatore Comberiati, (di 57 anni), 8 anni, Francesco Garofalo 13 anni e 4 mesi, Tommasino Ierardi, 6 anni di reclusione, Emilio Lazzaro 2 anni, quattro mesi e tredici giorni di reclusione e contestualmente assolto per 10 capi di imputazione, Luigi Lechiara 6 anni, Pasquale Manfreda, 8 anni Mario Mauro 4 anni e otto mesi, Michael 7 anni, Guido Scalise, 4 anni, Giuseppe Scandale 10 anni, Giuseppe Vona 3 anni e otto mesi. Sette le assoluzioni nei confronti di Giuseppe Ceraudo, Giuliano Mannolo (difeso dall’avvocato Stefano Nimpo) e Mario Garofalo, Carmelo Astorino, Salvatore Astorino, Giuseppe Garofalo e Teti.

 

Ha retto l’accusa della Dda di Catanzaro che ha smascherato una rete di favoreggiatori e di latitanti, facendo luce su una associazione di stampo mafiosa e a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Alcuni di loro avevano messo in atto un giro di estorsioni ai danni di imprenditori edili, agricoli e turistico alberghieri. Gli imputati, che disponevano, secondo le accuse anche di numerose armi, attraverso minacce, intimidazioni e violenze sarebbero riusciti ad imporre un vero e proprio monopolio nel settore delle costruzioni, anche in ambito privato, oltre che il racket delle castagne e dell'uva, di cui le cosche avrebbero deciso addirittura i prezzi all'ingrosso ed al dettaglio, con guadagni che superavano le centinaia di migliaia di euro. Nel collegio difensivo oltre all'avvocato Nimpo compaiono, tra gli altri compaiono i nomi di Luigi Falcone, Gregorio Viscomi, Pietro Pitari, Mario Saporito, Tiziano Saporito, Sergio Rotundo, Andrea Mazza, Giovanni Scordamaglia, Enzo Cavarretta, Roberto Coscia.

 

Gabriella Passariello

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